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Dall'ansia alla comprensione: il rapporto con le emozioni, le emozioni nei rapporti Succede spesso di sentire parlare di persone che hanno come atteggiamento verso i propri sentimenti il "tenere tutto dentro" e che hanno l’impressione che prima o poi scoppieranno.
Questo tipo di relazione con le emozioni rispecchia in realtà una dimensione molto diffusa nella nostra cultura che ci insegna ad essere diffidenti verso le nostre emozioni: ad avere paura di sentirne anche l’odore.
Se siamo persuasi che la semplice logica razionale determina le "faccende della vita" è certo che commettiamo un errore imperdonabile: come può la logica indurre ad un’amicizia, o ad un matrimonio, ma perfino alla scelta di un lavoro; ciò che segna la vita di un uomo non può che appartenere ad una dimensione emotiva.
Uno stereotipo presente nella nostra cultura coincide con l’idea che ci sono le emozioni buone e le emozioni cattive; che se uno prova rabbia o tristezza allora c’è qualcosa che non va, che non funziona: ecco allora che si corre ai ripari.
Il controllo, il corazzarsi dietro la razionalità o l’evitare i turbamenti diventano gli strumenti per poter far fronte alla propria dimensione emotiva: quando siamo troppo indaffarati a difenderci dagli altri, o a cercare di risultare inattaccabili è come se ci impedissimo di ascoltare realmente ciò che siamo e di sviluppare i rapporti con gli altri.
Una analisi molto interessante di questa modalità fu evidenziata da W. Reich che indicò con il termine "corazza caratteriale" il processo attraverso cui l’individuo si autoreprimeva nell’espressione della propria emotività.
Ma quali sono i motivi che portano una persona ad indossare una corazza?
Molto frequentemente accade che chi si trincera dietro la forza di carattere adotti come atteggiamento mentale la rinuncia, se non addirittura la negazione dei propri desideri, sia nella sfera affettiva che sociale.
Si può dire che vi è una paura dell’esuberanza e della creatività che viene tagliata fuori dalla propria esistenza attraverso un ipercontrollo ad opera di una ipertrofia dell’Io.
Certamente il tentativo di controllare diviene centrale. Tuttavia bisogna ricordare che Il bisogno di controllo è sempre collegato al bisogno di potere; ma esso non può essere veramente compreso se non si capisce fino a che livello sia presente il terrore della dimensione emotiva.
L’autodisciplina in questi casi diviene allora un valore idealizzato che sottende la paura della perdita del controllo ed impedisce il flusso dell’esperienza.
Spesse volte "un trucco" utilizzato per difendersi dalle emozioni risiede nella razionalità, cioè lo spostare ogni discorso emotivo su un tono logico.
La razionalità "salva" letteralmente l’individuo dal prendere contatto con quel tipo di emozioni che lo terrorizzano a tal punto che diventa un vero e proprio modo di vivere se stessi e gli altri; ma rappresenta una salvezza apparente, poiché tutto questo porta sempre di più ad allontanarsi dal nutrimento che sostiene la propria individualità, e a separarsi dalla vita stessa.
L’approccio razionale fa sì che la persona si ritrovi ad evitare il coinvolgimento emotivo, sostenendo ogni discorso sulla base del ragionamento logico. Molti ricorderanno il celebre finale di Gli uomini preferiscono le bionde, in cui Marylin Monroe convinceva il padre del suo fidanzato miliardario non solo a non opporsi alle loro nozze ma anche a non giudicare scorretto il suo interesse per i soldi di lui. Il futuro suocero si trova nell’impossibilità di obiettare contro questa logica stringente, che riconosce essere tanto coerente quanto realistica; e questo perché ogni considerazione dell’aspetto emotivo è completamente assente; ciò che entra in campo sono elementi di carattere razionale e nessuno spazio viene dato all’importanza dei sentimenti nella scelta del futuro compagno. Sta in questo la forza delle posizioni rigidamente razionali: nella loro apparente inattaccabilità.
Questo atteggiamento viene ricercato da chi sente la necessità di distaccarsi dal mondo dei sentimenti, nel tentativo di cercare di rimanere ancorati ad una realtà lucida e prevedibile.
Se si rimane intrappolati nell’idea che le emozioni siano uno scarto dalla normalità razionale, diventa automatica la convinzione di doverle nascondere o buttarle fuori proprio come scarto, come pattumiera inutile ed ingombrante.
Eliminare la sfera emotiva comporta, però la perdita di contatto con il piacere e con la propria creatività.
Accettare la coesistenza di dimensioni che sembrano opposte ma che, in realtà sono complementari, ridona all’individuo la complessità della vita. Allora si abbandona l’illusione di poter classificare la realtà attraverso facili distinzioni: il pensiero dall’emozione, la forza dalla debolezza, cioé polarità rassicuranti.
Se la dimensione intellettuale non viene calibrata attraverso la dimensione emotiva, la realtà relazionale viene svuotata di significato e si perde quella curiosità essenziale per poter arricchire la propria vita.
Il noto artista olandese Escher doveva avere in mente qualcosa del genere quando affermò che lo stupore, era "il sale della terra.
Mantenere in piedi una scissione tra pensiero ed emozione può costituire un pericolo per l’individuo che esclude l’emotività ritenendola eccessivamente frustrante; accade però che questo tipo di persone entrino in crisi perché nella vita di ognuno capita di non poter più evitare o tenere sottocontrollo la sfera emotiva.
Riuscire ad interrogarsi profondamente sulle proprie emozioni in definitiva significa poter rispondere della propria vita, imparando a diventare competenti nel saperle capire ed utilizzare per migliorare la propria qualità esistenziale.
Ed allora il lavoro psicologico diventa uno strumento utilissimo per poter integrare questi due aspetti, creare un ponte del pensiero sulle emozioni.
Spesso capita però che quando la conoscenza diventa un espediente per difendersi dalle emozioni l’analisi può diventare nella mente del cliente una modalità per poter mantenere in piedi questa scissione.
Vengono in mente le parole della psicoanalista Karen Horney quando sottolinea che
" Il pretesto dell’interesse e della conoscenza è più cospicuo in coloro che sono alienati dalle loro emozioni, e credono che la vita possa essere dominata soltanto dall’intelletto. Essi pretendono di sapere tutto e si interessano a tutto. Si manifesta, però, in modo più insidioso nelle persone che sembrano devote ad una particolare vocazione e, senza esserne coscienti, usano questo interesse come un gradino verso il successo, il potere o vantaggi materiali."
In analisi rispondere in maniera puntuale ad "una sete di conoscenza di se stessi" può voler dire corrispondere a questo tipo di fantasia perdendo di vista la dimensione emotiva che questa domanda porta con sé.
Poter pensare la emozioni, quindi; riuscire a darne un senso per poterle utilizzare all’interno dei rapporti, con se stessi e con gli altri.
Ecco quello che scriveva Cesare Musatti, storico psicanalista italiano che in una forma così semplice ed elegante riesce a raggiungere il cuore di questo tipo di problemi con poche parole:
"Già questa è la complicazione della psiche umana. Uno diventa adulto. Muta le proprie opinioni. Accetta le esigenze che si fanno sentire col maturare del proprio corpo e del proprio spirito, e poi, come un bambino piccino, ha bisogno della mamma che lo protegga dai cattivi pensieri.
Sappiamo che i pensieri non sono né buoni né cattivi, che il nostro intelletto ci indica le vie da percorrere, e che d’altra parte ci sono molti modi di vedere e di giudicare le cose. Comunque, di noi stessi non dovremmo mai avere paura, perché proprio noi regoliamo la nostra condotta: in bene e in male. Tutt’al più possiamo essere più o meno soddisfatti di noi stessi.
Non dovremmo avere paura, perché non ci portiamo dietro la mamma o il papà, o il Maestro, con la emme grande: che ci sorvegli, ci castighi e ci minacci.
Di chi allora hai paura?"
Straordinario, vero?
Se però è impossibile eliminare la paura, quello che ci è concesso è di non aver paura di aver paura; far di essa una buona compagna di viaggio.
Negarsi la paura è un atto che porta a cristallizzare la paura stessa e a trasformarla in altre forme: delle volte possiamo incontrare delle persone che sembrano non temere nulla o non aver bisogno di nulla, che sembrano sfidare la paura ponendosi costantemente in situazioni pericolose e rimanendo indifferenti; L’errore nel quale non si deve assolutamente cadere è confondere la superficie con ciò che è in profondità: possiamo anche essere sedotti e rapiti da questa immagine di forza e coraggio naturale, senza sforzo, ma appunto per questo sono riflessi che celano attraverso la negazione gli aspetti più umani del vivere.
Molto spesso questo atteggiamento non è altro che una difesa di esclusione dei propri sentimenti.
Il nodo del problema risiede nel rendersi conto di quanto possa essere fallace l’idea di un individuo senza paura, che affronta ogni situazione priva di tensione emotiva: nessuno può essere esente dal problema che le emozioni ci pongono nell’organizzare la realtà, nel dare senso e direzione alla propria vita, nello scegliere categorie utili a capirci qualcosa delle relazioni che intratteniamo con noi stessi e con i contesti esterni.
Questo può essere tradotto con la necessità di entrare in contatto con la propria vulnerabilità, per poter accendere processi di crescita e di consapevolezza.
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Succede spesso di sentire parlare di persone che hanno come atteggiamento verso i propri sentimenti il "tenere tutto dentro" e che hanno l’impressione che prima o poi scoppieranno.
Questo tipo di relazione con le emozioni rispecchia in realtà una dimensione molto diffusa nella nostra cultura che ci insegna ad essere diffidenti verso le nostre emozioni: ad avere paura di sentirne anche l’odore.
Se siamo persuasi che la semplice logica razionale determina le "faccende della vita" è certo che commettiamo un errore imperdonabile: come può la logica indurre ad un’amicizia, o ad un matrimonio, ma perfino alla scelta di un lavoro; ciò che segna la vita di un uomo non può che appartenere ad una dimensione emotiva.
Uno stereotipo presente nella nostra cultura coincide con l’idea che ci sono le emozioni buone e le emozioni cattive; che se uno prova rabbia o tristezza allora c’è qualcosa che non va, che non funziona: ecco allora che si corre ai ripari.
Il controllo, il corazzarsi dietro la razionalità o l’evitare i turbamenti diventano gli strumenti per poter far fronte alla propria dimensione emotiva: quando siamo troppo indaffarati a difenderci dagli altri, o a cercare di risultare inattaccabili è come se ci impedissimo di ascoltare realmente ciò che siamo e di sviluppare i rapporti con gli altri.
Una analisi molto interessante di questa modalità fu evidenziata da W. Reich che indicò con il termine "corazza caratteriale" il processo attraverso cui l’individuo si autoreprimeva nell’espressione della propria emotività.
Ma quali sono i motivi che portano una persona ad indossare una corazza?
Molto frequentemente accade che chi si trincera dietro la forza di carattere adotti come atteggiamento mentale la rinuncia, se non addirittura la negazione dei propri desideri, sia nella sfera affettiva che sociale.
Si può dire che vi è una paura dell’esuberanza e della creatività che viene tagliata fuori dalla propria esistenza attraverso un ipercontrollo ad opera di una ipertrofia dell’Io.
Certamente il tentativo di controllare diviene centrale. Tuttavia bisogna ricordare che Il bisogno di controllo è sempre collegato al bisogno di potere; ma esso non può essere veramente compreso se non si capisce fino a che livello sia presente il terrore della dimensione emotiva.
L’autodisciplina in questi casi diviene allora un valore idealizzato che sottende la paura della perdita del controllo ed impedisce il flusso dell’esperienza.
Spesse volte "un trucco" utilizzato per difendersi dalle emozioni risiede nella razionalità, cioè lo spostare ogni discorso emotivo su un tono logico.
La razionalità "salva" letteralmente l’individuo dal prendere contatto con quel tipo di emozioni che lo terrorizzano a tal punto che diventa un vero e proprio modo di vivere se stessi e gli altri; ma rappresenta una salvezza apparente, poiché tutto questo porta sempre di più ad allontanarsi dal nutrimento che sostiene la propria individualità, e a separarsi dalla vita stessa.
L’approccio razionale fa sì che la persona si ritrovi ad evitare il coinvolgimento emotivo, sostenendo ogni discorso sulla base del ragionamento logico. Molti ricorderanno il celebre finale di Gli uomini preferiscono le bionde, in cui Marylin Monroe convinceva il padre del suo fidanzato miliardario non solo a non opporsi alle loro nozze ma anche a non giudicare scorretto il suo interesse per i soldi di lui. Il futuro suocero si trova nell’impossibilità di obiettare contro questa logica stringente, che riconosce essere tanto coerente quanto realistica; e questo perché ogni considerazione dell’aspetto emotivo è completamente assente; ciò che entra in campo sono elementi di carattere razionale e nessuno spazio viene dato all’importanza dei sentimenti nella scelta del futuro compagno. Sta in questo la forza delle posizioni rigidamente razionali: nella loro apparente inattaccabilità.
Questo atteggiamento viene ricercato da chi sente la necessità di distaccarsi dal mondo dei sentimenti, nel tentativo di cercare di rimanere ancorati ad una realtà lucida e prevedibile.
Se si rimane intrappolati nell’idea che le emozioni siano uno scarto dalla normalità razionale, diventa automatica la convinzione di doverle nascondere o buttarle fuori proprio come scarto, come pattumiera inutile ed ingombrante.