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Ansia, Panico e adempitività: come uscire dalla passività?

Attraverso l’interdipendenza l’essere umano può svilupparsi e creare "prodotti culturali" trasmissibili da generazione in generazione, senza dover continuamente "reinventare la ruota". La collettività è quindi uno strumento oltre che di sopravvivenza anche di sviluppo e avanzamento; il problema sorge quando l’individuo inizia ad aderire completamente dai criteri della collettività perdendo di vista la capacità di pensare in maniera autonoma. Quando un comportamento viene impartito dall’esterno ed applicato senza convinzione si crea una separazione forzata fra ciò che si fa e ciò che si vorrebbe fare: ed allora capita che i propri atti non siano frutto di una riflessione personale ma unicamente di una risposta ad una pressione esterna. Di solito si dice che una persona si comporta come un burattino o come un soldatino quando applica un ordine che qualcun altro ha dettato, in una parola: esegue. Ma credo che la vita sia ben altro che eseguire regole date. Non vi è dubbio che riuscire a porsi in una posizione altra rispetto alle regole convenzionali per poter trovare un modo di essere critico rispetto alla realtà sociale non è cosa semplice. La società stessa esercita continuamente una forma di controllo sull’individuo per conformarlo a delle aspettative iniziali ed, anzi, molte istituzioni sono state costituite nell’ottica di ottenere nient’altro che adempimento e prevedibilità. La religione opera una forma di controllo morale di ampio spettro che investe ogni comportamento sociale ed individuale. I mass media impongono informazioni e opinioni creando timori e spesso allarmismi generalizzati; il mercato detta le mode e i gusti ai quali adeguarsi per appartenere allo status sociale desiderato e per avere un’immagine attraente. All’interno di questo panorama di dittature sulla persona, il modus vivendi del "penso, quindi esisto" rappresenta la proclamazione di un individuo che fa della sua esistenza un percorso di costruzione non ovvia. Capovolgere la cultura dominante che ci induce ad essere "portati al rimorchio" rende possibile fare controcultura, poter dire di no al gioco degli altri, ed anche essere in disaccordo, vuol dire iniziare a permettersi di individuare i propri criteri di scelta. Alexander Lowen ritiene che" Il no come espressione di autoaffermazione trae la sua forza dalla conoscenza del sé. Per essere effettivamente in grado di dire di no , l’individuo deve sapere chi è e cosa vuole….Il diritto di dire di no garantisce il diritto di conoscere. C’è un rapporto complementare tra la ricerca del piacere e la capacità di dire di no, tra l’autoespressione e l’autoaffermazione. Auto-affermarsi significa avere una mente propria." L’idea del consenso come l’idea dell conformismo sono tutte fantasie che ruotano intorno a certi criteri di normalità, a modelli che prescrivono l’azzeramento del conflitto; talvolta questo tipo di cultura è così potente da legittimare numerose forme di violenza Rispetto a questi problemi Erich Fromm, acutissimo pensatore e psicoanalista sosteneva che il rischio maggiore che l’individuo corre nella dialettica con la società era dovuto ad un azzeramento delle differenze: "la struttura socioeconomica di una società plasma il carattere sociale dei suoi membri in modo tale che essi desiderino fare ciò che devono fare". D'altronde, la prospettiva a breve termine è rassicurante per entrambi le parti poiché crea un apparente equilibrio, un’armonia che sembra risolvere numerosi problemi di convivenza sociale; storicamente però tutto questo risulta essere a lungo termine disfunzionale perché impedisce la creazione di alternative utili all’interno dei rapporti sociali di scambio. Quando una cultura innalza il suo totem più importante nel nome del conformismo in realtà realizza un’arma a doppio taglio scomoda sia per l’individuo che per la collettività. Ed allora riuscire a sottrarsi allo spettro dell’esclusione - dovuta al sentirsi estraneo alle mode o alla mancata appartenenza ad un gruppo in maniera affiliativa – può significare riconquistare la percezione della propria autonomia all’interno dei rapporti Viviamo in una cultura che ha dimenticato cosa significhi "essere liberi di pensare con la nostra testa", che ha relegato il piacere della riflessione ad un angolo buio, confondendo il pensiero con la preoccupazione o con la rimuginazione. Ho notato che si sta sviluppando una cultura del pensiero in opposizione all’emozione: non si crede più che ci possa essere piacere nella riflessione: non è un caso che una espressione tipica che traduce questo tipo di opinione corrisponde al "non ci pensare" Ricordo di un cliente sofferente di ansia che si lamentava della precarietà della sua esistenza, di come si vedesse sempre al limite e che si sentiva sommerso dai problemi quotidiani senza poter fare alcunché per poter cambiare la sua situazione. Il problema risiedeva non tanto nelle difficoltà che doveva affrontare ma nel suo sentirsi "precario nei pensieri" e questo suo atteggiamento si rifletteva nella vita esterna. Cioè era necessario che smettesse di pensarsi come in bilico su un cornicione e potesse riflettere profondamente sui modelli mentali che utilizzava per vivere; fin quando avesse sentito di essere sempre in emergenza avrebbe cercato nient’altro che porti sicuri che confermavano la pericolosità della vita. Eppure la vita fatta unicamente di porti accoglienti è una vita disperata, di continua ricerca e fuga dall’esistenza stessa ed è per questo che diviene fondamentale porci domande; poiché esse sono certamente scomode, ma ci permettono di riflettere sul senso di ciò che facciamo ottenendo una consapevolezza preziosa. Quando arrivate a questo, scoprite che non vi sono risposte preconfezionate, non ci sono soluzioni o ricette già pronte per l’uso, non ci sono storie già scritte; l’unica storia che vale è quella che ognuno di noi costruisce con il proprio essere. Abbandonare l’illusione di poter dipendere da soluzioni magiche, da cambiamenti esterni improvvisi, significa potersi rimettere in gioco e dover puntare su se stessi.

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