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Il corpo nell’attacco di panico secondo la psicosomatica integrata

Nel pensiero comune, l’attacco di panico è spesso immaginato come uno stato mentale, e per questo motivo, nel caso in cui ciò accada, si cerca di calmarsi, o di rassicurare la persona che lo sta attraversando, utilizzando dei ragionamenti, delle spiegazioni, insomma tramite il dialogo.
A pensarci bene, però, l’attacco di panico è uno stato non facilmente descrivibile da chi lo sta provando: un invito a tranquillizzarsi, spesso, è addirittura controproducente, perché potrebbe tradursi come una sorta di svalutazione della sensazione di panico. Il soggetto potrebbe perfino sentirsi in dovere di placarsi per compiacere l’altro, senza peraltro riuscirci. Quando poi, finalmente, riesce a recuperare uno stato di calma, se gli si chiede di parlare del proprio vissuto, i primi elementi che compaiono sono di tipo somatico: tachicardia, difficoltà a respirare, sudore freddo....qualcun altro riferisce una difficoltà a muoversi. In ogni caso, ciò che sicuramente accomuna i vissuti di panico è la difficoltà a recuperare uno stato di serenità e di formulare un pensiero, proprio perché è il corpo a prendere il sopravvento.

L’attacco di panico capita molto più facilmente negli individui che fanno fatica a decifrare ciò che sentono, o meglio come si sentono, sia in senso emotivo, sia rispetto a ciò che accade nel proprio corpo – e in effetti il confine fra i due versanti non è poi così netto, dal momento che è proprio a livello somatico che le emozioni si esprimono. Uno dei compiti fondamentali delle funzionalità psichiche è precisamente quello di interpretare ciò che il corpo manifesta. La difficoltà a decifrare e a descrivere le proprie emozioni si chiama alessitimia (J. Nemiah, P. Sifneos, anni ’70), ed è stata recentemente associata a un deficit nella Competenza Somatica (Scognamiglio, 2016), definita come la capacità di “percepire ciò che accade nel proprio corpo quando si è con l’Altro1”.

Per spiegare questo difficile concetto, proviamo a fare riferimento all’esperienza di smarrimento, di angoscia: in quel momento, ciò che le persone intorno ci dicono per rassicurarci, sembra essere del tutto insignificante, non ci tocca, perché siamo presi dal panico.
Si tratta, infatti, di qualcosa che compare improvvisamente, come se non fosse possibile recuperare delle circostanze scatenanti, e di conseguenza può essere vissuto come del tutto insensato. E’ come se un elemento insospettato emergesse improvvisamente dal nulla (il perturbante, direbbe Freud) e inter-rompesse il flusso abituale della propria vita, costringendoci a fermarci e ad accorgerci che qualcosa non torna. Questa è quello che in psicoanalisi si chiama angoscia.

E’ curioso come lo stesso Freud, nel 1894, avesse definito la nevrosi d’angoscia (l’attacco di panico, appunto) come un ammontare eccitatorio somatico, che nasce cioè nel corpo (fame, sonno, freddo, eccitazione sessuale ecc.), che non trova spazio per una rappresentazione psichica. E proprio perché riguardava il corpo, egli scelse di non occuparsene. Si tratta precisamente dell’opposto della più diffusa concezione del cosiddetto “sintomo psicosomatico”, in cui sarebbe qualcosa della nostra mente, che non vogliamo sapere o vedere, a trovare uno spazio di espressione in una manifestazione somatica. Nel caso dell’angoscia, ciò che invece accade è che un elemento corporeo giunga alla soglia di attenzione psichica, in una situazione in cui però la psiche non è in grado di leggere ciò che sta accadendo. In questo senso, per Freud l’angoscia è la risposta psichica all’eccitamento somatico.

A questo punto, sempre nel tentativo di aiutare la persona a ritrovare la calma, verrebbe forse spontaneo suggerire delle tecniche di rilassamento, nell’idea di intervenire ad esempio sul tono muscolare, laddove ci troviamo di fronte a qualcuno che non è in grado di descrivere ciò che gli sta accadendo.

Certamente la prima cosa da fare è trovare un modo per ripristinare uno stato di distensione, per poi occuparsi di capire che cosa stia succedendo e perché, ma nell’esperienza clinica notiamo che non sempre cercare di rilassarsi è efficace. Se, infatti, l’idea di ripartire dal corpo può essere senz’altro adeguata, dal momento che abbiamo appurato che è lì che si gioca la situazione di panico, è necessario però precisare che un approccio che mira ad aiutare la persona a comprendere il proprio vissuto e ad imparare a gestirlo non può prescindere da un’analisi della situazione specifica che sta attraversando. Ad esempio, come accennavo all’inizio, un invito a tranquillizzarsi, anche attraverso tecniche corporee, potrebbe essere vissuto come una negazione dell’importanza del motivi che hanno generato il panico. In fondo, come ho già ricordato, la sensazione è di sentirsi in pericolo, un pericolo che è percepito come reale, benché incomprensibile. Proviamo a immaginare come potremmo sentirci se, trovandoci in mezzo al mare, senza salvagente e lontani chilometri e chilometri dalla più vicina terraferma, qualcuno ci suggerisse di stare tranquilli: a quel punto, presumibilmente, subentrerebbe l’ansia paradossale di non riuscire a calmarsi!

Il punto, quindi, è che qualsiasi tecnica, che può essere di per sé meravigliosa, se applicata in maniera generalizzata al sintomo che il soggetto manifesta – in questo caso l’attacco di panico - senza prima aver compreso a fondo qual è il vissuto personale e quale trigger possa averlo scatenato, perde di significato, e di conseguenza espone la persona a nuovi attacchi oppure, nel caso essi svaniscano, a nuove manifestazioni sintomatiche. Si verifica, in questo caso, uno spostamento del sintomo: non ho più il panico, ma può accadere ad esempio che la mia pressione si alzi più facilmente e io non me ne accorga, oppure che io sia più facilmente irritabile o depressa…le possibilità sono molteplici.

Il trigger, infatti, è uno stimolo che può essere neutro per la maggior parte delle persone, ma che può diventare un elemento scatenante un attacco di panico se, per esempio, si ricollega inconsapevolmente a un trauma soggettivo. In altri casi può accadere che l’organismo si trovi in uno stato di accumulo eccessivo di stressor, che possono essere indifferentemente di natura emotivo- relazionale, fisiologica (per esempio aria molto inquinata, alimentazione inadeguata alla propria costituzione o altro), lavorativa, sociale, energetica, e a quel punto lo stimolo trigger diviene la goccia che fa traboccare il vaso. In ciascuna di queste situazioni, ciò che conta è proprio l’esperienza soggettiva della persona, che necessita di dare un posto nella propria mente alla situazione che sta vivendo, di comprendere che cosa le sta accadendo, per non sentirsi in balìa di un corpo che da un momento all’altro può prendere il sopravvento.

Dunque, da un lato ci troviamo nella necessità di analizzare la situazione; dall’altra siamo di fronte a una persona che molto probabilmente non ha gli strumenti per comprendere e descrivere ciò che le accade.

E allora che fare?

Dobbiamo sapere che il nostro organismo è molto ben attrezzato per gestire le situazioni di emergenza, e che durante gli attacchi di panico si comporta come se si trovasse improvvisamente di fronte a un leone nella foresta, o comunque a rischio di sopravvivenza, innescando quello che viene definito il meccanismo di lotta/fuga. Il principio è quello secondo cui, di fronte a un grave pericolo, non si ha la possibilità di pensare: è necessario agire. Attaccare o fuggire, appunto. In realtà la scelta, istintiva e inconsapevole, potrebbe cadere anche su uno stato di freezing, ovvero una sorta di “paralisi funzionale”: il sistema nervoso genera un irrigidimento totale del corpo, come quando, simulando una morte apparente, l’animale scoraggia l’avvento del predatore. Ciò comporta un’istantanea riorganizzazione dei circuiti neurovegetativi, in funzione di una serie di fattori, per esempio in base alla propria tendenza a lottare o a fuggire, alle risorse disponibili in quel momento, al livello di sovraccarico e così via. Tale riorganizzazione riguarda diversi sistemi fisiologici: quello muscoloscheletrico, quello cardiocircolatorio, quello respiratorio, ma anche i visceri, che in generale vedono le proprie funzioni passare in secondo piano, per lasciare spazio a quelle fondamentali per la sopravvivenza.

Le tecniche utilizzabili (a volte anche bere un bicchiere d’acqua può essere d’aiuto – senza zucchero però, perché uno dei processi immediati che l’organismo mette in atto di per sé è proprio il rilascio di glucosio nel sangue per far fronte all’emergenza, e aggiungere altro zucchero potrebbe provocare un picco glicemico) sono di vario tipo, e sono volte a ripristinare un equilibrio che non è necessariamente uno stato di rilassamento.

Secondo alcuni modelli di medicina energetica, invece, è possibile individuare dei circuiti che vanno in “sovraccarico”, come se scattasse una sorta di “salvavita” dell’impianto elettrico. Se ciò accade, il trattamento può prevedere la stimolazione di uno o più punti riflessi in grado di ripristinare la “circolazione energetica”, riacquistando in questo modo un migliore equilibrio omeostatico. Queste tecniche rispondono a principi differenti, pertanto è necessario conoscere le proprie modalità preferenziali di reazione, per capire come intervenire se un attacco di panico dovesse sorprenderci. D’altro canto, è importante considerare che non necessariamente reagiremo allo stesso modo in qualsiasi situazione di panico, sia perché potremmo partire da livelli diversi di sovraccarico, sia perché, imparando a conoscerci, e magari acquisendo nuovi strumenti, i nostri schemi di risposta potrebbero modificarsi. Questi aspetti sono degni di nota, perché una delle caratteristiche del disturbo di panico è che, dopo il primo attacco, spesso s’innesca un vissuto di paura che esso si ripresenti del tutto inaspettatamente.

Per questo, al di là della gestione della situazione di emergenza, è essenziale capire che cosa ha portato all’insorgere dell’angoscia, ricostruire delle logiche che si collochino all’interno della propria storia personale, e imparare ad avvertire in anticipo i segnali che il corpo ci dà del rischio che un attacco si presenti, in modo da poter intervenire tempestivamente e mantenere la consapevolezza di ciò che sta accadendo. Nel caso in cui si riuscisse a sedare gli attacchi con delle tecniche, senza però capire il processo sottostante, questo continuerebbe infatti ad agire, ma sotto altre forme, creando potenzialmente degli stati infiammatori, perché il sistema deputato a innescare una risposta di stress, ovvero l’asse ipotalamo-ipotesi-surrene, proseguirebbe nell’inviare dei segnali di allarme, che non verrebbero però ascoltati.

Naturalmente l’obiettivo è quello che gli attacchi di panico scompaiano del tutto. A volte ciò avviene in maniera molto semplice, altre volte invece è necessario effettuare un percorso più a lungo termine, e questo dipende principalmente dalla complessità dei fattori che li hanno generati e dall’eventuale cronicizzazione, più o meno lunga, di essi. Pertanto un approccio elaborativo è
fondamentale in questi casi, al fine di offrire uno spazio di elaborazione mentale a qualcosa che altrimenti rimarrebbe confinato a livello delle risposte fisiologiche. Sempre più spesso, però, si verificano casi in cui ciò non è sufficiente, perché il soggetto non possiede gli strumenti per decifrare ciò che gli accade. Ecco che allora può essere utile aprire un ulteriore versante del lavoro sul corpo, che non si limita alla sedazione del sintomo, con il rischio di allontanare la persona dalla propria consapevolezza, ma al contrario ha lo scopo di aiutarla a decifrare ciò che attraverso delle manifestazioni somatiche sta cercando di esprimere, per portarla gradualmente, ove possibile, all’elaborazione del proprio vissuto.

La decodifica dei segnali del corpo, contrariamente a ciò che comunemente si pensa, può rivelarsi molto complesso, dal momento che il nostro organismo è il risultato di un intreccio incredibile di sistemi differenti. Per questo è necessario fare attenzione alle semplificazioni disponibili un po’ ovunque, secondo le quali “se hai le gambe incrociate vuol dire che sei timido”, oppure “hai il reflusso? c’è qualcosa della tua vita che non riesci a mandare giù!”. Le logiche che portano a generare un sintomo, in questo caso l’attacco di panico, sono differenti per ciascuno, e meritano un’analisi specifica e personalizzata. Già lo stesso Freud, sempre nella sua lezione sulla nevrastenia e le nevrosi attuali, diede molto spazio ai sintomi somatici, come ad esempio la diarrea e le parestesie (ovvero il non percepire più una parte del proprio corpo, ad esempio un arto), ma certamente non offrì delle interpretazioni dirette di questi sintomi sul piano psicologico. Come già accennato, egli scelse di non occuparsene affatto, proprio perché le logiche somatiche erano troppo complesse e lui preferì dedicarsi all’inconscio, la sua scoperta fondamentale.
Attraverso il Modello di Psicosomatica Integrata di R.M. Scognamiglio, che affonda le sue origini a metà degli anni ’80, è possibile adottare una lettura complessa e personalizzata dei codici attraverso cui la persona esprime il proprio malessere, siano essi verbali o somatici, allargando in modo esponenziale non solo le possibilità di dialogo e di comprensione delle logiche sottostanti ai propri vissuti, ma anche le probabilità di trovare una migliore autoregolazione.

La conoscenza di questi processi è divenuta imprescindibile, com’è ormai condiviso dalla comunità scientifica internazionale. Vi sono infatti diversi studiosi che negli ultimi anni hanno pubblicato studi relativi agli aspetti corporei e subcorticali delle emozioni, come G. Edelman, A. Damasio, B. Van der Kolk, S. W. Porges, J. Panksepp, che sottolineano, partendo da prospettive differenti, come non siano le aree più evolute del sistema nervoso (la neocorteccia) a costituire il substrato fisiologico delle emozioni, della memoria del trauma e degli aspetti basilari della personalità nel loro complesso, bensì strutture decisamente più arcaiche, come il tronco encefalico, il nervo vago, il talamo e in generale le strutture sottocorticali, ovvero quelle deputate a regolare le funzioni somatoviscerali, come il battito cardiaco, il respiro, la motilità gastrointestinale e così via.

La consapevolezza del reclutamento in varie forme dei sistemi neurovegetativi durante una crisi di panico rende dunque necessario un allargamento delle prospettive psicologiche della cura. Una scarica adrenalinica, infatti, può essere determinata ad esempio da un’importante disidratazione (questo è comune negli anziani, nei quali può provocare anche degli episodi di delirium), ma come accennavo in precedenza, può essere letta, secondo i modelli energetici, anche come un cortocircuito, che dipenda da cause di natura emotiva o di altro tipo.

Nella consapevolezza di questi fenomeni, il Modello di Psicosomatica Integrata si spinge ormai da decenni nel reclutamento di codici di accesso presi in prestito da altre discipline, quali la millenaria Medicina Cinese, la Meditazione nelle sue varie accezioni, la Naturopatia e l’Omeopatia, che offrono collegamenti psico-corporei apparentemente impensabili sul piano energetico, come pure la Kinesiologia, che consente di ottenere una risposta di tipo muscolare a uno stimolo, o la Terapia Craniosacrale e altri rami dell’Osteopatia, che osservano gli schemi strutturali muscoloscheletrici, anche in risposta a uno stress emotivo. La possibilità di utilizzare in un unico modello interdisciplinare questi e altri approcci per interagire con la persona, avendo però come riferimento una solida base psicoanalitica, consente di selezionare i codici più adeguati a sintonizzarsi con i vissuti soggettivi della persona, migliorando la sua Competenza Somatica (e dunque emotiva) e offrendole strumenti efficaci per gestire il panico, elaborare le emozioni e gli eventuali traumi e in generale per comprendere i processi e le concause che ne sono alla base. Attraverso una più ampia opportunità di comprensione e di regolazione dei substrati corporei, aumentano infatti le probabilità di favorire il raggiungimento di una maggiore consapevolezza da parte dei processi psichici superiori.

Note
1 Secondo J. Lacan, l’”Altro” è tutto ciò che è “altro da me”, persone, oggetti, ambiente...Percepire l’Altro significa percepire una differenza fra me e l’Altro. Di conseguenza, soltanto nel momento in cui percepisco l’Altro sono in grado di percepire me stesso. Meglio ancora, la mia soggettività esiste solamente in quanto se-parata dall’Altro. Dunque, se non c’è percezione dell’Altro, non c’è soggettività.

 

Dott.ssa Maria Concetta De Giacomo
Psicologo/psicosomatista
SITO WEB: https://psicosomaticanaturopatia.it/info/dott-ssa-maria-concetta-de-giacomo

 

BIBLIOGRAFIA
1. Damasio, A. (2012), “Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente”, Adelphi
2. Freud, S. (1894), “Le neuropsicosi da difesa”,
3. Porges, S.W. (2014), “La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni,
dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione”, Giovanni Fioriti Editore
4. Panksepp, J., Biven, L. (2014), “Archeologia della mente. Origini neurovegetative delle
emozioni umane”. Raffaello Cortina Editore
5. Scognamiglio, R.M. (1998), “La memoria del trauma: la prospettiva kinesiologica in
Psicosomatica”; “Un ginocchio è un ginocchio? Riflessioni epistemologiche sui modelli di terapia”; “Il valore predittivo dell’ascolto della struttura”; “Il ginocchio e la bilancia posturale”, rispettivamente in Hi-Tech Volleyball, I, 1, 2, 3, 4
6. Scognamiglio, R.M. (2008), “Il male in corpo. La prospettiva somatologica nella psicoterapia della sofferenza del corpo”, FrancoAngeli
7. Scognamiglio, R.M. (2016), “Psicologia Psicosomatica. L’atto psicologico fra codici del corpo e codici della parola”, FrancoAngeli
8. Van der Kolk, B. (2015), “Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche”, Raffaello Cortina Editore

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