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Dal panico al rapporto con se stessi: pretesti e legittimazioni

Per favorire il contatto con se stessi è come se avessimo bisogno di abbandonare l’esigenza dei riconoscimenti, delle conferme sociali, per riscoprire la nostra identità in termini di evoluzione personale. Le legittimazioni esterne possono cessare di essere il valore assoluto all’interno delle quali ci si muove per giustificare il proprio operato, ed allora diventa possibile attingere alla propria parte creativa per proporsi a se stessi ed alla propria realtà sociale. Così scriveva, in una delle intense e intuitive poesie, Emily Dickinson

"Molta follia è suprema saggezza
per un occhio che capisce-
Molta saggezza, la più pura follia.
Anche in questo prevale la maggioranza. Conformati, e sei saggio-
Dissenti, e sei pericoloso.
Un matto da legare."


Chi soffre di panico si pone spesso una domanda che appare l’espressione di abbandono a se stessi e che corrisponde a "Perché è capitato proprio a me?". Ciò che sembra funzionare per gli altri fuori, non vale più per se stessi, ci si avverte come complicati, diversi, talvolta isolati. Si è portati a pensare con una certa invidia alla esistenza degli altri che riescono a condurre " vite normali", senza essere terrorizzati e sentirsi indifesi di fronte alla realtà. In realtà non esiste persona che non si sia sentita, in un certo momento della sua esistenza, impotente rispetto ad essa: si può anzi affermare che molti problemi che l’uomo incontra sono coerenti con il tentativo di gestire il vissuto di impotenza, di essere in balia del destino senza strumenti per fronteggiare la realtà. Il lavoro psicologico molte volte si imbatte in situazioni nelle quali il cliente sente di "non essere all’altezza", e questo sentimento assume la forma di un vero e proprio handicap psicologico poiché porta a ritenersi impediti da una ragione quasi inafferrabile. Chi soffre di panico sente in qualche maniera che l’esterno è divenuto un pretesto per esprimere un dimensione interiore inafferrabile: si comprende allora che bisogna comprendere cosa ha spinto realmente la persona ad occultare a se stesso le proprie emozioni. Lo psicologo deve porre particolare attenzione agli aspetti "motivazionali" che inducono il cliente in analisi, riuscendo a cogliere indizi preziosi per la comprensione del caso poiché come ebbe a dire lo scrittore Premio Nobel per la letteratura Josè Saramago "Non sono mai mancate le strade per arrivare là dove l’occulta volontà tende: basta trovare i pretesti". Quando allora possiamo fare a meno dei pretesti illusori possiamo permettere a noi stessi la trasformazione, perché possiamo centrare a pieno i nostri obiettivi interni, ed esprimere la propria verità interna. Negare se stessi conduce ad una non esistenza, ed è per questo dobbiamo sempre accettare le contraddizioni che sono insite in ogni vita; solo le macchine sono semplici, hanno un solo obiettivo, che è lo scopo della loro creazione e, quindi, si muovono all’interno di quell’unica direzionalità; funzionano in maniera lineare, prevedibile ed automatica; nella macchina non c’è spazio per il dubbio. Esse sono prive del ripensamento, della contraddizione, della crescita, dell’aspetto emozionale che rende unico ed incoerente l’essere umano. E’ pur vero che esistono certi livelli di "automatismo" anche nell’uomo, naturalmente; nei suoi aspetti fisiologici il corpo umano viene, non a caso, definito spesso "macchina", giacché agisce e attiva certi processi in maniera del tutto inconsapevole; basti pensare ai riflessi "incondizionati" muscolari e viscerali. Ciò che vi è di aggiuntivo è proprio la complessità, data dall’intreccio della dimensione inconscia dell’individuo: l’immaginario ci pone davanti al dispiegarsi di prospettive che perdono ogni pretesa di unilateralità poiché esso trae fonte dalla dimensione inconscia che per definizione è legata a modi di funzionamento simmetrico.

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