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Il trattamento del disturbo di panico secondo l'approccio cognitivo comportamentale

Tachicardia, senso di svenimento, nausea, paura di avere un infarto…questi e altri i sintomi e le paure di chi soffre di attacchi di panico.

L'attacco di panico può essere devastante ed estremamente invalidante per chi ne soffre e può provocare tutta una serie di altre sensazioni negative, tra cui la paura di non essere capiti da chi ci sta accanto e la vergogna se accadesse in una situazione pubblica.

Il disturbo non è così raro anzi...tantissime persone ne soffrono e spesso non si conoscono i rimedi.

L'assunzione di farmaci può dare un sollievo immediato ma sono tante le conseguenze negative a medio e lungo termine.

Con questo articolo vorrei condividere con voi alcune conoscenze scientifiche che spiegano cos'è e da dove deriva l'attacco di panico, soprattutto per confermare il fatto che l'attacco di panico può essere spaventoso ma non è pericoloso per la nostra vita.

L'approccio seguito è quello cognitivo comportamentale, che postula una stretta connessione tra pensieri, emozioni e comportamenti, è centrato sul presente e consente, se seguito correttamente, una riduzione dei sintomi in breve tempo. In un percorso terapeutico di questo tipo una parte fondamentale riveste la psico-educazione rispetto al disturbo; ciò è utile per rendere tutto meno spaventoso e meglio affrontabile.

Ma andiamo con ordine e concentriamoci, come scritto prima, su alcune teorie che possono spiegare l'origine e il mantenimento dell'attacco di panico.

Secondo la teoria psicofisiologica elaborata da Jacob e Rapport (1984), Clark e Salkovskis (1985) il panico è prodotto da modalità respiratorie scorrette che generano il fenomeno dell’iperventilazione; questo induce vasocostrizione, provocando una maggiore difficoltà di ossigenazione dei vari organi. A livello cerebrale si sperimentano senso di stordimento, vertigini e sensazioni di svenimento, mentre a livello periferico le conseguenze dell’iperventilazione si manifestano con intorpidimento degli arti, spasmi e crampi muscolari fino a fenomeni di aritmie cardiache. Questa sintomatologia è assolutamente sovrapponibile con quella degli Attacchi di Panico e ha indotto gli autori a considerare questi ultimi come conseguenza di un’alterazione nella respirazione che, sperimentata anche episodicamente, può allarmare la persona e renderla maggiormente sensibile ed attenta ai segnali che provengono dal corpo. La teoria del comportamento, nel considerare il DAP (Disturbo di Attacco di Panico), fa riferimento ai principi di apprendimento per condizionamento classico, operante e sociale (modellamento). Secondo il condizionamento classico, l’associazione tra uno stimolo neutro ed uno incondizionato, elicitante una determinata risposta, fa sì che lo stimolo neutro assuma le stesse caratteristiche di quello incondizionato e viene definito condizionato (Meazzini, Galeazzi, 1978). Ma spieghiamoci meglio con un esempio: nel caso del panico la tachicardia (situazione-stimolo neutro) associata alla crisi di panico (situazione avversiva) è in grado di elicitare una risposta di paura (risposta incondizionata), divenendo in grado di suscitare da sola la medesima reazione di paura. Le sensazioni fisiche (tachicardia, senso di pesantezza al petto ecc..) diventano quindi stimoli, che se percepiti, possono suscitare da soli una risposta di panico.

La persona quindi si può trovare in breve tempo intrappolata in un circolo vizioso definito “Paura della Paura”: una persona che ha già sperimentato un attacco di panico può diventare estremamente     sensibile a delle sensazioni fisiche e può così innescare una spirale di ansia anticipatoria e di paura, che amplifica il sintomo stesso rendendo così drammatica una situazione inizialmente neutra (Sanavio, 2004). 

Un'altra teoria che volevo presentarvi, collegata ovviamente alla prima, è quella cognitiva di Clark e Wells; Clark nel 1986 descrive gli Attacchi di Panico come il risultato di una “interpretazione catastrofica” di alcune sensazioni corporee. Le sensazioni fisiche normalmente associate all’ansia quali palpitazioni, vertigini, iperventilazione … vengono “lette” dalla persona come segnali di un pericolo incombente (possibilità di un attacco cardiaco di un’emorragia cerebrale …). L’errata interpretazione delle reazioni fisiche produce un aumento dell’ansia fino all’instaurarsi del ciclo “paura della paura”. Il ciclo porta la persona a un eccesso di attenzione e di ipervigilanza nei confronti di eventi fisici o mentali; il disturbo viene poi mantenuto dai comportamenti protettivi e dagli evitamenti.

Questi ultimi sono tutte quelle azioni che hanno avuto come conseguenza la riduzione dell'ansia percepita: ricerca di aiuto, fuga o evitamento delle situazioni collegate con la crisi.

Questi comportamenti danno ovviamente un sollievo iniziale, tuttavia possono produrre effetti estremamente negativi a medio e lungo termine poiché comportano una mancata disconferma delle interpretazioni erronee dei sintomi, riducendo la possibilità di confronto con esperienze che possono falsificare l’errata interpretazione. Ad esempio: Martina ha paura che le possa venire un attacco di panico in luoghi affollati; inizia quindi a evitare di uscire con gli amici per andare ad esempio nei locali; le situazioni che scatenano ansia anticipatoria diventano piano piano sempre più numerose e inizia ad evitarle tutte. Così facendo Martina, oltre che privarsi di situazioni sociali positive, evita anche di “esporsi” a un possibile attacco di ansia, impedendosi di sperimentarne la non pericolosità.

Le azioni di evitamento e i comportamenti protettivi possono quindi influire negativamente sulla vita di una persona, tanto che il disturbo può diventare invalidante in tantissimi ambiti dI vita. Quando ciò avviene spesso possono essere diagnosticati, oltre al Disturbo di Panico, anche altri disturbi tra cui l'Agorafobia.

Seguire un percorso di psicoterapia può aiutare, anche in breve tempo, a ridurre drasticamente i sintomi. La terapia cognitivo comportamentale aiuta a ristrutturare i pensieri e le credenze che la persona ha rispetto ai suoi sintomi, permettendole di esporsi alle situazioni che suscitano ansia e di riappropriarsi della propria quotidianità.

Elena Di Blasio
Psicologo/psicoterapeuta
SITO WEB: http://www.elenadiblasio.it

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